Incontro con Stefano Perlini, medico, professore e ricercatore e Damiano Rizzi, psicologo clinico, psicoterapeuta, psico-oncologo, fondatore e presidente di Fondazione Soleterre.
Domenica 27 Settembre 2026 - ore 17:00
Cortile
Nell’ultimo incontro di Melzo Incontra, tenutosi domenica 27, ci si è interrogati insieme a Stefano Perlini, medico, professore e ricercatore, e Damiano Rizzi, psicologo clinico, psicoterapeuta, psico-oncologo e fondatore e presidente della Fondazione Solterre, sul concetto di dolore e sofferenza e su come sia possibile abitarli.
Pur essendo entrambi professionisti con una grande competenza tecnica nei loro rispettivi ambiti, nel loro percorso hanno imparato che, senza l’umanità, anche la migliore tecnica può essere fallace.
Perlini racconta di un incontro con una moglie e i suoi figli. Stava curando il marito e padre, ma purtroppo non ebbe la prontezza di chiamare in tempo la moglie per permetterle di vedere il marito un’ultima volta. Grazie a una sua collega, però, ha imparato quanto sia importante esserci anche umanamente. Le persone, infatti, forse non ricorderanno esattamente cosa abbiamo detto loro nel momento più tragico, ma ricorderanno la nostra presenza.
Rizzi sostiene che, per poter abitare il dolore, c’è bisogno di qualcuno, di una rete di sostegno. Questa rete è fondamentale soprattutto durante l’adolescenza, un periodo in cui si comincia a confrontarsi con la propria persona e a costruire la propria identità. Restare accanto a qualcuno rende il dolore più abitabile ed è una forma essenziale di cura, perché significa rimanere vicini anche quando la sofferenza non può essere eliminata.
Rizzi si concentra anche sul concetto di cura, intesa non soltanto come terapia, ma come capacità di costruire comunità anche quando la terapia non è più possibile.Perlini sottolinea che la cura procede per tentativi ed errori e, per trovare una strada, a volte è necessario mettere da parte i tecnicismi e permettere a ciascuno di poter fare la differenza.
Questo, però, non significa che la competenza tecnica sia inutile. Ogni medico, al momento della laurea, dovrebbe aspirare a essere il miglior medico possibile. È fondamentale sapere cosa fare, ma non basta: bisogna anche accompagnare il paziente, e questo significa essere umani.
In questo modo si contribuisce a costruire salute mentale e, se c’è salute mentale, si può contribuire anche alla costruzione di un mondo più giusto, in cui è possibile abitare il dolore senza causarne ulteriore.
Alexandra Melis


