Incontro con Silvano Petrosino, filosofo e antropologo, e Vittorio Perego, filosofo, professore presso la Facoltà Teologica dell'Italia Settentrionale e docente di Storia e Filosofia presso il liceo Giordano Bruno di Melzo.
Giovedì 24 settembre 2026 - ore 21:00
Sala Banfi
Articolo Gazzetta della Martesana - Media Partner
Giovedì 24 settembre si è svolto l’incontro con i professori Vittorio Perego e Silvano Petrosino, che sono intervenuti cercando di dare una loro definizione e spiegazione del senso dell’abitare, così da offrire una prospettiva alla domanda che ci ha accompagnato per tutta la settimana:
“È possibile abitare la vita?”
Il dialogo è iniziato con il professor Perego, che ha spiegato come abitare sia la prima condizione dell’essere umano.
Solitamente associamo l’abitare alla nostra casa, cioè a quel luogo in cui attestiamo la nostra esistenza. La casa è il posto in cui sappiamo orientarci e ritrovare i nostri riferimenti. È il luogo verso cui desideriamo tornare, perché lì troviamo qualcosa che ci è familiare e che ci permette di riconoscerci.
Proprio per questo, secondo Perego, il trasloco può essere paragonato a un lutto: non significa solamente cambiare fisicamente luogo, ma dover ricostruire molti dei propri punti di riferimento, soprattutto nelle relazioni.
Noi, infatti, siamo fatti per abitare, a differenza delle macchine. Se spengo un computer e lo sposto in un’altra stanza, quando lo riaccendo funziona esattamente come prima. Per l’uomo, invece, cambiare luogo significa necessariamente rimettere in gioco qualcosa di sé. Da qui nasce il tema dell’abitare il mondo. Il mondo è un grande “casino”: abbiamo quindi bisogno di un luogo in cui poter ritrovare i nostri punti di riferimento, cioè la nostra casa. Non possiamo non abitare, ma allo stesso tempo dobbiamo fare attenzione che il nostro abitare non si trasformi in una tana.
La casa, infatti, è ciò che ci protegge e ci separa dal mondo, ma proprio per questo esiste il rischio che diventi una chiusura. Bisogna affrontare il rischio che la nostra casa non riesca più ad aprirsi al mondo e agli altri.
A questo punto è intervenuto il professor Silvano Petrosino. Petrosino ha sottolineato innanzitutto che abitare non è necessariamente qualcosa di piacevole. Noi, infatti, non scegliamo di venire alla vita. Come aveva detto Perego, abitare è la nostra prima condizione, e in questo siamo accomunati a tutti gli esseri viventi: veniamo alla vita, mangiamo, ci riproduciamo e moriamo. Come tutti gli altri esseri viventi. L’uomo, però, possiede una posizione particolare, che Petrosino ha spiegato attraverso un riferimento alla Genesi 2,15. Dio crea il mondo e prepara il giardino, con alberi belli da vedere e frutti buoni da mangiare. Poi, all’interno di questo giardino, pone l’uomo.
Petrosino ha spiegato che diversi studiosi hanno cercato di interpretare il significato di questi “alberi belli da vedere”. Lui li ha collegati alla razionalità, al senso estetico e a quell’irriducibile senso dell’esistenza davanti al quale l’uomo è chiamato a reagire.
Per questo l’uomo, per abitare, deve coltivare e custodire il giardino.
Siamo stati creati e siamo chiamati ad abitare, ma esiste anche una seconda creazione: l’opera della creatura. Dio ha creato Leonardo da Vinci, ma Leonardo ha creato la Gioconda. Questo significa che la creazione è perfetta, ma non è completa: proprio per questo l’uomo è chiamato ad agire, a creare e a trasformare ciò che gli è stato affidato.
In questo processo, però, c’è qualcosa che non possiamo progettare: l’altro. L’altro è qualcuno che non possiamo decidere a nostro piacimento, ma che siamo chiamati a custodire oppure, in senso opposto, a eliminare dalla nostra vita.
In questo senso, abitare la vita, non significa semplicemente trovare un posto in cui stare, ma accettare di essere dentro una realtà che non abbiamo scelto e che non possiamo controllare completamente. Significa avere dei punti di riferimento senza trasformarli in una tana, coltivare e custodire ciò che ci è stato affidato e, soprattutto, lasciare spazio a ciò che non possiamo progettare.
Alexandra Melis