Un’apertura di orizzonti

21/09/2024
Don Davide Mobiglia

Pubblicato su La Gazzetta della Martesana del 21 settembre 2024


Aprire le attività dell’Oratorio con Melzo Incontra è stata, a mio giudizio, un’opportunità preziosa perché ci ha consegnato nuovamente un metodo per stare davanti a tutto quanto vivremo negli incontri, nelle attività e negli eventi durante l’anno. Ritengo che la cifra distintiva della manifestazione di quest’anno sia stata l’apertura di orizzonti che ci ha regalato, che ha preso avvio da ciò che più di ogni altra cosa dispone il cuore di ciascuno alla ricerca: le domande. Siamo partiti da lì fin dallo spettacolo inaugurale, dalle domande e dalla ricerca della felicità, dalla constatazione che spesso i tentativi che facciamo per vivere felici non producono il risultato atteso, per ricercare se esista nel presente qualcosa (o Qualcuno) in grado di rispondere alle attese del cuore. Siamo partiti dalle domande che «sono il modo per vivere il presente» (Victoria) e in particolare da quella che ha fatto da titolo dell’evento: «E se la felicità fosse adesso?». Questa ricerca, come ricordava il Vicario Episcopale don Marco Bove, «l’abbiamo dentro tutti, ma non sempre siamo capaci di dare il nome a ciò che stiamo cercando».

Siamo come “a bagno” in una mentalità nella quale sembra che domandarsi il senso delle cose sia un esercizio inutile, presi come siamo a ricercare “tutorial” per fare tutto, perché, in fondo, il grande orizzonte della giornata è quello di “riuscire a tirar sera”; giovani o adulti, annoiati o affaccendati, rischiamo di ridurre la nostra ricerca a una strategia per “tirare avanti”, anche al prezzo di non sapere bene dove stiamo andando. Eppure, come ci ha ricordato Vittorio Perego, «noi siamo una domanda di senso», che non coincide anzitutto con il significato, ma come suggerisce l’etimologia è domanda di significato e di direzione. Per questo anche noi avvertiamo la stessa necessità di Marracash, citato nella mostra “Vivere il presente”, quando dice «non temo la morte, ma ho paura di non vivere» (Marracash, Dubbi). È urgente allargare l’orizzonte della nostra ragione, della nostra intelligenza (come capacità di leggere dentro le cose), affinché esca dai confini limitati di quello che già sappiamo e di quello che dobbiamo fare, per accorgerci di quello che ci viene incontro e che si affaccia alla nostra vita come una novità che ci rallegra e ci costringe a ribaltare il paradigma. Serve uno sguardo più attento, che non è un lusso per chi ha tempo da perdere, ma necessità per chi non vuole perdere tempo. «La felicità non è un premio che mi spetta se funziono bene», anzi: «e se fosse qualcosa che ci viene donato?» (Perego).

Nello spettacolo “Innocent”, il protagonista diceva: «Punterò la pistola alla tempia dell’uomo moderno non per ucciderlo, ma per risvegliarlo». Pur senza la stessa foga, mi pare che sia necessario ridestare l’uomo di oggi, i nostri ragazzi e anzitutto noi adulti. Risvegliarlo perché non si perda la meraviglia che dentro la vita ci raggiunge. E occorrono volti e ambienti, come ha suggerito il dibattito “funzionare o esistere”: «Un giovane dove sperimenta questo esistere? Nei legami e in luoghi in cui la nostra fragilità non sia sottaciuta e dove il giudizio di merito quando non siamo performanti non sia il giudizio sulla persona; luoghi in cui la fragilità sia accolta e non vista come un vizio, come qualcosa da curare» (Perego). Mi pare che Melzo Incontra, nella sua terza edizione, sia stato anche questo: un luogo dove le domande, testimoni della nostra fragilità, hanno trovato accoglienza e compagnia.

Mi ha colpito molto la gran quantità di collaboratori che si sono impegnati (alcuni fin dal novembre 2023) nel preparare la manifestazione fino ai minimi dettagli, perché tutti potessero sentirsi accolti: più di un centinaio di volontari, giovani e adulti, sono stati segno di una passione e di una intergenerazionalità non così comuni di questi tempi e che sono, tuttavia, proprie della comunità cristiana. La preparazione di Melzo Incontra chiede tempo ed energie fisiche e intellettive ed è stato molto bello vedere come il tema, suggerito da ragazzi di 16 anni, sia stato apprezzato e rilanciato da tutti i relatori che sono intervenuti. Ognuno di loro è stato testimone di quella apertura al mondo che ci è necessaria, come ha testimoniato la finestra che il Cardinale Zuppi ha aperto su Ucraina e Medioriente, luoghi da lui visitati a nome del Papa e dei vescovi italiani, facendoci intuire quanto c’entri con le nostre dinamiche quotidiane: «La questione del perdono non è una questione facoltativa; non si sta bene nell’odio […]. Perdonare non è far finta di niente, ma far sì che quello che è capitato non ci determini».

Un’apertura testimoniata anche dalla significativa partecipazione di molta gente, differente nelle varie serate, che proveniva da Melzo e anche, talvolta, da fuori, segno dell’apertura della nostra città anche al territorio circostante. Un’apertura e una collaborazione di cui essere grati indicata anche da tutti coloro che hanno supportato la manifestazione con contributi economici e con il supporto ideale. In questo senso, oltre al patrocinio del Comune di Melzo, mi ha colpito moltissimo l’adesione al nostro progetto da parte di tutti e sei gli Istituti Scolastici melzesi.

In questi nove giorni si è radunato un popolo, come è stato evidente anche nella bellissima Santa Messa conclusiva presieduta da don Luca e che ha visto la presenza dei cari confratelli che hanno vissuto a Melzo o qui sono nati. Questo popolo radunato è come l’inizio, come il suggerimento, della risposta a ciò che cerchiamo. È un popolo che è sempre rivolto ad Altro da sé e che invita tutti coloro che lo intercettano a prender parte al suo ritrovarsi, dicendo, per far eco a Silvio Cattarina: «Non guardate me, ma guardate dove noi guardiamo!». Non autoreferenzialità, dunque, ma apertura a tutto, a tutto davvero, certo della Presenza che lo abita.